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Se è un’abitudine, allora può essere anche una buona abitudine

Abitudine è un termine neutro. Significa, citando Treccani: tendenza a ripetere determinati atti, dal latino habitudo, “abito”.

Nonostante l’imparzialità del suo significato, il concetto di abitudine assume molto spesso un’accezione negativa. Il motivo forse è da ricercarsi nella tendenza culturale a lasciarsi andare a vizi che minano la salute e la stessa felicità. Pertanto, è più comune sentir parlare di cattive abitudini.

Cattive abitudini che spesso hanno radici nella giovinezza ma che si protraggono pericolosamente negli anni, vizi che non sono legati solo a stili alimentari, ma anche e soprattutto al modo di vivere l’attività fisica, il lavoro, le relazioni. 

Non a caso le abitudini più malsane, anche a lavoro, si traducono con quel disturbo di cui tanto si sente parlare: lo stress, divenuto un fenomeno così rilevante che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la cosiddetta sindrome da burn-out interessa il 90% dei manager in tutto il mondo.

A lungo la ricerca scientifica e psicologica si è concentrata sulle possibili soluzioni al problema, ma la strada delle imposizioni non ha portato molto lontano: gli studi, infatti, hanno rilevato che quando si chiede alle persone di migliorare i propri punti deboli, la mente oppone una reazione ormonale così forte da peggiorare le capacità cognitive e ridurre la disponibilità al cambiamento, con inevitabili scarsissimi risultati. 

È il terreno difficile e pieno di ostacoli e qui si trovano frequentemente ad operare gli allenatori di tutti gli sport, come David Mariani, imprenditore e ricercatore che ha allenato team professionisti di basket e ciclismo, motociclisti, tennisti e triatleti.

Mariani, che dal 1976 studia cause, effetti e rimedi della sedentarietà, ha incrociato le recenti acquisizioni della ricerca scientifica con lo studio antropologico, arrivando a costruire uno strumento che punta alla prevenzione chiamato Healthy Habits®. Secondo l’esperto di stili di vita, sono le abitudini a decidere la vita della gente e quelle cattive non sono altro che un veleno a lenta cessione: anche se non producono conseguenze acute sull’organismo, lo indeboliscono in modo graduale e incisivo. Al contrario, le sane abitudini non si traducono, come si è soliti credere, in una vita fatta di rinunce e sacrifici, ma sono incise nell’essere umano per motivi evolutivi negli ambiti fisiologico, ambientale, relazionale e nutrizionale. Quattro, infatti, spiega Mariani, sono le vie da seguire per riuscire ad attivare l’equilibrio della chimica organica, che esprime la massima capacità di autocura: ambiente, nutrizione, relazioni psicosociali e fisiologia/esercizio.

“Quando il corpo umano viene privato di attività che hanno contraddistinto la nostra evoluzione, come la pratica di attività fisica e socialità, aumentano le pressioni sul fronte psicologico, già elevate a causa della paura diffusa, esponendoci a perdite di equilibrio e reazioni esagerate, dovute alla iper-attivazione del sistema nervoso simpatico.” – David Mariani

Una delle sfide più urgenti che, difatti, la comunità scientifica dovrà fronteggiare dopo il Covid-19 sarà quella di favorire un cambiamento generalizzato di abitudini nella popolazione. Il nuovo paradigma culturale non potrà pertanto escludere la reintroduzione delle buone abitudini legate all’alimentazione, al movimento e alle relazioni con gli altri, che in quest’ultimo periodo sono venute meno a scapito del sistema nervoso parasimpatico, sistema dominante nei periodi di calma e serenità. Educare alle scienze del benessere è, in ultima analisi, un investimento sul futuro: la parola chiave deve diventare prevenzione, che secondo Mariani rappresenta non solo una strategia applicabile alla salute, ma una vera e propria forma mentis.

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